L'Irrealtà Sensibile, ovvero, il dominio del Pensiero
Ciò che oramai caratterizza lo stile di Fernando Pietròpoli e gli conferisce una sostanziale originalità di varianti espressive è l'importanza che in esso assume la “materia”, l'impiego, cioè, di una tecnica di sintesi che consente risultati di straordinaria intensità e di una bellezza tanto sorprendente quanto imprevedibile.
E' un turbinio continuo, un commovimento euritmico, il suo stile, incontenibile, che può dare a prima vista l'impressione di un “caos armonico” e generare un senso di sazietà. Ma così non è. La molteplicità mai abusiva del colore misto a materia produce infatti all'occhio dello spirito un “disordine” compatibile con il fiore della genialità; ossia un suo universo che fa parte di un più grande universo, dove non si potrà mai confondere ciò che sarà con ciò che è stato. Nei suoi ultimi lavori, la malinconia, il furore, la gravità, la gioia, i mutamenti del tempo, i cieli sedotti non imitano gli aspetti del reale ma esprimono una nuova totalità che si può definire come “irrealtà sensibile”, dove ogni tratto assume una significazione polivalente e dove il denotatum originario dei soggetti finisce con l'essere trasceso o travolto in una dimensione tutta interiore.
Su questa via, sempre più spesso l'Autore ci propone opere che tecnicamente rimarcano il processo di metamorfosi dei soggetti che rappresenta, avvalendosi per talento naturale della capacità di accentuare il disaccordo tra segno e significato. Si genera così nell’osservatore una misteriosa ambiguità sul valore più o meno rilevante dell'accostamento del tratto, del colore, della materia, scomposti e ricomposti in una illustrazione informale dove si afferma il dominio solare del Pensiero. Cosicché, accanto ai suoi dipinti, una domanda nasce spontanea: “E' l'arte pittorica l'origine della poesia?”.
“Tu che della mia carne fosti la coscienza sensibile...” (Paul Eluard)
dott. MARIA GABRIELLA MORELLO
Aprile 2011
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Rimbalzi dal'ignoto
Fernando Pietròpoli si dedica alla pittura a vita inoltrata, quando, cioè, ha potuto permettersi quest’arte non come “mestiere” bensì come “modo di essere al mondo”. E in questa nuova dimensione in cui si è espressivamente e concretamente inoltrato, le sue opere testimoniano la consapevolezza che quivi ogni facile consenso non è ipotizzabile e, a volte, nemmeno allettante; ma esso, oramai, è il suo cosmo nel quale quotidianamente risiede.
Egli sembra “divertirsi” con la sua arte “inconcreta”. Puntando attentamente gli occhi sulle sue tele scopriamo che esse dicono vita: sembrano cellule colte nel loro divenire da un incredibile e potentissimo microscopio che assiste appunto al miracolo della vita, il tempo della vita. E nel comporre questo contatto esistenziale, Pietròpoli si pone di fronte all'opera con tutte le proprie contraddizioni, rovistando nei gangli del tratto fino a denudarlo per sfinimento. I suoi lavori catturano perché parlano ad alta voce dei misteri che l'accompagnano; il tormento della condizione umana: gioia, dolore, ingiustizia o estasi, contratture e slanci sono lì, nelle sue tele, a testimoniare una mancata appagata serenità. Se, come Pietròpoli afferma, all’arte egli affida anche una domanda di “protezione”, dal vano e dall’insipiente, noi vogliamo rispondergli: “Una vita spesa controcorrente, a dare e a dire qualcosa al mondo, non è mai sprecata”.
Nella sua pittura è presente una sorta di doppio movimento. Da una parte la mano tende a riempire, ad esaltare l'opera mediante scelte materiche impervie e scoscese. Dall'altra parte essa tende a scarnificare la tela, a raschiarne dalla superficie tutte le incrostazioni per tenerla secca e immediata, senza intermediazioni sentimentali. Ricerca questa sofferta e mai pacificata con l'intimo “sè” dell'Autore. Ed in quest'arte Pietròpoli salvaguarda sempre la naturalità del gesto, nell’esatto momento in cui sgorga, preservando il dipinto da eccessivi o manierati abbellimenti che non farebbero che allontanare dalla bellezza di quell'origine. Egli sceglie così la difficile strada di essere artista multiforme e magmatico, proteso in una continua tensione e ricerca che lo rendono unico e mai banale.
Lungo questa via, Pietròpoli racconta, tela dopo tela, il suo osservare, il suo esplorare, il suo indagare con tutte le discordie e le antinomie che la sua personalità, come egli ammette, possiede. Non c'è mai sosta nel combattimento delle sue tinte e tra le asperità delle superfici, non c'è mai rilassamento, come se tutto ricominciasse sempre da capo. Ciò è così vero che chiunque lo osservi si trova coinvolto in quel vorticare, ferito dalle scaglie che schizzano dalle strutture delle sue creazioni. Disponendo sulla tela la trama di privatissimi e sottilissimi frammenti del suo esistere, la pittura di Pietròpoli non ci lascia respirare, non ci da tregua, poco per volta ci conduce nelle viscere del suo tormento mantenuto in vita sferzando con la materia.
Una pittura che si distingue subito perché ci imbarazza e, a volte, ci turba persino, perché le emozioni non si gelano nella precisione dello smalto ma si incrostano nello spessore del colore, nelle sue sgocciolature, nelle macchie, negli schizzi, negli strappi che affogano nel magma degli elementi cromatici; essi sembrano rimbalzi dall’ignoto.
C'è un che di istintivo e di feroce nelle sue creazioni, che non poteva rimanere contenuto solamente dentro quella sua anima inquieta; i suoi segni, infatti, sono anche i nostri, sono questi scheletri inequivocabili del nostro tempo.
dott. MARIA GABRIELLA MORELLO
Marzo 2009